La crisi dei 25 anni [ovvero di che cosa vuoi fare da grande, quando non sai nemmeno se vuoi diventare grande]

All'ennesima volta che mi sono trovata a sentirmi chiedere: "Ma quindi tu cosa è che vorresti fare?" mi è scattata la crisi dei 25 anni.
L'ho sentita piombarmi addosso come la famigerata tegola del destino che si racconta possa cadere da un tetto mentre esci a fare la spesa.
I tetti sono pieni di tegole, così come io mi sento spesso rivolgere questa domanda, ma, chissà il motivo, Martedì 7 Febbraio la tegola è caduta proprio su di me e con lei una bella crisi da 25enne.
Si, anche se ne ho 26 di anni.
Ma 26 fa brutto, meglio rimanere sul quarto di secolo ed io son sempre un po' in ritardo.
Dato che le tegole non cadono mai da sole, ma si portano dietro calcinacci e detriti, ecco che neanche mezz'ora dopo mi imbatto in questo articoloTHE DANGERS OF GROWING UP, A PRIMER TO YOUR RAGING QUARTER LIFE CRISIS

E va beh, allora ditelo che è una congiura.

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Nell'articolo si parla della sensazione di sentirsi un bambino intrappolato in un corpo da adulto, che si prova una volta finiti gli studi universitari [io sono quasi al limite, mi manca la tesi, ma con l'ansia gioco sempre d'anticipo].
Il giorno prima eri un/a studente con ben chiaro in testa un sogno da realizzare, che odia il temporaneo lavoro part-time che fa per mantenersi gli studi, il giorno dopo è il momento di realizzare QUEL sogno.
Se quella di prima era una soluzione poco gratificante, era comunque meno precaria di un avvenire tutto da costruire, in cui da te le persone si aspettano risposte reali e non vagamente utopiche. Alla domanda che cosa vuoi fare da grande non puoi più rispondere astronauta o ballerina, ma devi dire a chi hai inviato il curriculum.
E se il tuo sogno era davvero fare l'astronauta, ma ti sei appena laureato in economia e commercio, c'è solo una risposta peggiore alla fatidica domanda sul tuo futuro: Non sapere cosa rispondere.
Come fai a dire cosa farai da grande se non sai nemmeno SE VUOI diventare grande. Diventare grandi fa davvero per tutti? Forse tu hai quella maledetta sindrome di Peter Pan, ma al posto dell'ombra perdi il carica batterie del telefono, il cellulare, la patente, il portafogli, l'agenda e altre cose che per gli adulti è inconcepibile perdere.

Se sei lì o qui a crogiolarti nell'ansia di una risposta alla domanda di prima o a questa strana sensazione di paura di cadere nel vuoto, ma nel contempo di avere i piedi incollati a terra, tranquillo, un professore di psicologia americano, Mister Jeffrey Jensen Arnett, ha dato un nome a quello che stai provando: Pubertà 2.0

Sembra che la crisi del quarto di secolo sia un fenomeno nuovo, che interessa le generazioni nate dai primi anni 80 agli anni 2000, cresciute con l'idea di essere ognuno un individuo unico e che vuole una vita che rispecchi la propria unicità. Una generazione che vuole seguire i propri sogni, cosa che comporta uno standard da raggiungere più alto rispetto a quello che si erano prefissati i nostri genitori. Aspiriamo a grandi cose, ma il percorso per raggiungerle ci crea ansia e frustazione. Poiché non importa quanto tu creda in te stesso o quanto sia prestigiosa l'università in cui ti sei laureato, nel mondo reale il successo non è automatico.

Così lo sbarluccichio di quel futuro che prima era così concreto [perché lontano] si trasforma in "Che cavolo ci faccio adesso con questa vita?". Diventare adulto è uno dei momenti più difficili della vita di una persona, perché vuol dire diventare responsabile dei propri sogni, come direbbe Sartre: 

"Siamo soli e senza scuse [...] l'uomo è condannato ad essere libero: condannato perché non si è creato da se stesso, e pur tuttavia libero, perché una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa."

E' ora di dare forma concreta a quel sogno, di trovare una risposta a quella domanda, probabilmente, di fare una SCELTA. Che questo crei ansia l'ha scoperto molto prima di noi Kierkegaard:

"Esistere significa «poter scegliere»; anzi, essere possibilità. Ma ciò non costituisce la ricchezza, bensí la miseria dell'uomo. La sua libertà di scelta non rappresenta la sua grandezza, ma il suo permanente dramma. Infatti egli si trova sempre di fronte all'alternativa di una «possibilità che sí» e di una «possibilità che no» senza possedere alcun criterio di scelta. E brancola nel buio, in una posizione instabile, nella permanente indecisione, senza riuscire ad orientare la propria vita, intenzionalmente, in un senso o nell'altro."

I primi capelli bianchi e le responsabilità di adulto possono essere la tua Paura più grande, ma il tempo arriva, che tu sia pronto o no.

E' questo che voleva dirmi la ragazzina che l'altro giorno sul treno mi ha chiesto: "Signora, scusi, vuole sedersi?"

Beh, io mi sono seduta.

Ps: la copertina di Kinfolk di questo trimestre dedicata all'entrepreneur mi è sembrata un altro calcinaccio della tegola. Due giovani ragazzi che sono a quel punto di diventare grandi ed "intraprendere" la costruzione del sogno, trapelando un po' di insicurezza, mascherata da abiti da "grandi".

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