Non sempre rispondo. Del silenzio ai tempi del social media.

Non sempre rispondo, dipende dai giorni
Dall’aria che tira tra me e i miei ricordi
Per cui se succede che qualche argomento
Rimane silente, o qualche risposta sia un poco sfuggente
Sappi che a volte nella mia testa
Cade una grandine molto violenta
— "Non sempre rispondo"_Cristina Donà

Questa grandine molto violenta mi colpisce la testa a momenti alterni, nessun Giuliacci della mia vita che la possa prevedere. Semplicemente arriva, facendosi beffa di qualsiasi regola meteorologica e comunicativa. La grandine se ne frega, mi attanaglia e mi chiede silenzio, al silenzio rispondo, dimenticando, o meglio riinviando, le risposte ad altri.

Sono giorni in cui mi sento Beppo Spazzino. Vi ricordate Beppo Spazzino?
Era l'amico di Momo, protagonista del libro di Michael Ende. Beppo Spazzino è il mio personaggio preferito, eletto a tale ruolo nel momento stesso in cui ho letto la sua descrizione:

Molta gente era del parere che a Beppo Spazzino mancasse più di un venerdì perché, se interrogato, lui si limitava a sorridere amabilmente senza dare risposta. Lui pensava. E se reputava che una risposta non fosse necessaria, taceva. Se invece la credeva necessaria, ci rifletteva sopra. Talvolta passavano due ore e talvolta anche un giorno intero prima che si decidesse a rispondere. [...] Soltanto Momo era capace di attendere a lungo e di capirlo. Sapeva che lui si prendeva tanto tempo per non dire mai qualche cosa di insincero. Perché, nella sua opinione, tutta l’infelicità del mondo nasceva dalle troppe menzogne, quelle intenzionali ma anche da quelle involontarie, tristi frutti della fretta e dell’indecisione.
— "Momo, ovvero l'arcana storia dei ladri di tempo e della bambini che restituì agli uomini il tempo trafugato" Michael Ende

Beppe Spazzino è un uomo del silenzio, in un mondo di comunicazione compulsiva. Uno il cui profilo twitter cinguetta quasi mai e la cui timeline di facebook è affollata come un convegno sulla fisica quantistica, senza rinfresco finale, di venerdì sera. 

Mi chiedo se Beppe Spazzino si senta in colpa e un po' in ansia come me quando nota, nello spazio sinistro della propria pagina fb la dicitura: "Rispondi più velocemente per attivare il badge". Se anche a lui quella che sembra una frase innocua, risulta quasi come una minaccia. Perché se la mia pagina facebook fosse una persona ed i miei squilibri mentali un po' più accentuati lo potrei prendere come un ricatto personale.

Sento però che Beppo Spazzino è una parte di me, forse di tutti. Mi illuderò, ma sento che l'insofferenza verso la società liquida [eh no, pure Bauman dovevi citarci? e che scatole!!] dilaga sempre di più, che al mondo effimero della rete, più spesso si chiede un riscontro corporeo, composto da mani che si intrecciano e non tasti schiacciati per dire "mi piace”. Questo mondo effimero ha esaurito l'attrattiva iniziale ed ora è giunto il momento di reclamare di più. Già qualche anno fa Andrew Sullivan, il re del blogging e microblogging, chiudeva il suo spazio online ed esordiva con un:

"I am saturated in digital life and I want to return to the actual world again. I’m a human being before I am a writer; and a writer before I am a blogger"
 Andrew Sullivan.

Ovvero, lui che ne era uno dei creatori, si ritirava dalla scena per fare silenzio.

Silenzio fa rima con solitudine.
Solitudine e silenzio sono la condizione per essere allegra e conviviale.

Cechov [eh sì, scomodo pure lui intanto che ci sono] diceva che la vera felicità è impossibile senza la solitudine. Ma è possibile la solitudine nell’epoca di Internet, dei social media e della pretesa connessione ubiqua, dell'affezione da compulsivo multitasking?

In questa condizione, che sempre l'amico Bauman, forse più amico di Čechov che mio, chiamerebbe "affollata solitudine” [intanto che mettete su il caffè la mattina leggete "la solitudine del cittadino globale" del signor Zygmut Bauman, può sembrare ostico, ma è uno sciroppo che fa bene]. Affollata solitudine è il fatto di essere, grazie ai social network, costantemente contattabili, privandosi della possibilità di un "habitare secum" [E quì, sento il rumore delle vostre palpebre che si chiudono pesantemente. Scusate, prometto di esser meno noiosa se continuate a leggere!].

Il problema sorge quando i social network ti hanno permesso, da una parte, di conoscere persone a cui ti sei affezionato e dall'altra potenziali clienti. Ci si può permettere oggi una disconnessione parziale, limitata, dai social network, senza inficiare per questo il proprio lavoro?

I miei amici in carne e d'ossa sanno che a volte non rispondo. Quando è così, non si preoccupano, sanno che tornerò io a richiamarli e porterò dei biscotti, insieme ad una serenità che prima mancava.

Nel web invece il silenzio è visto come assenza. Te lo spiega anche il più scarso manuale di Personal Branding e Social Media Marketing che non postare, non commentare, non scrivere in modo regolare rischia di farti dimenticare dai tuoi contatti. Perché sui social le parole hanno una memoria leggera, un sintassi dell'inconsistenza.

Il silenzio è il mio spazio più produttivo.
Quello di cui non parlo ancora sono i progetti più faticosi, ma anche i più importanti.
Non posso rinunciarvi, a costo di andare [e lo ammetto, con un po' di orgoglio, contro qualsiasi manuale].

A cosa serve il silenzio resiliente?

Anche Roberto Cotroneo sostiene che la dimensione intima del talento sia oggi poco tollerabile dal pubblico, ma è una dimensione che va recuperata.

Lentamente, con cura.

Forse devo trovare il mio modo per stare in silenzio senza risultare distante, perché sinonimo di distanza è freddezza. E' un obiettivo difficile da realizzare, forse ancora più difficile di quando ho deciso di decolorarmi i capelli da sola.

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Mai e poi mai, potrò rinunciare al mio silenzio.
Forse, come nella vita reale, c'è chi lo capirà e chi meno. Fortunatamente, è la prima categoria quella a cui voglio arrivare.

Vi auguro una giornata dell'habitare secum.
Un Abbraccio sincero e silenzioso,
Giui :)