IL DESIGN THINKING APPLICATO ALLE PATURNIE QUOTIDIANE

La progettazione è un esercizio di resilienza.
Ti insegna a non arrenderti mai ed a pensare in modo fluido, perciò anche nella vita comune potrebbe essere utile pensare da “designer”.
La strategia usata per creare una perfetta e proporzionata libreria può essere allo stesso modo utilizzata per star bene a livello personale.
Sonja Lyumbomirsky, professoressa del Dipartimento di Psicologia dell’Università della California, nel suo libro “The How of Happiness" sostiene che la felicità sia 50% genetica, 40% intenzionale e 10% circostanziale.
Vostra madre potrebbe sostenere che sia all’80% perché non l’avete ascoltata, ma voi da oggi potrete citare un parere autorevole come quello della Lyumbomirsky, di cui riuscire a pronunciare il nome è già d'effetto e potrebbe darvi una certa soddisfazione.
Prendiamo coscienza di quel 40% e sfruttiamo il metodo del “design thinking” per generare soluzioni creative e iniziare il nostro percorso alla ricerca della felicità.
Se circondarci di cose belle e fatte bene può dare piacere alle nostre vite [e sistemare il 10% circostanziale], si può ad essere architetti della propria felicità.
I precetti del design thinking sono applicabili a molti altri campi della vita.
Un metodo per superare il blocco creativo è il "divergent thinking", ovvero esplorare opzioni diverse piuttosto che aderire ad un metodo rigido.
Perché come il design e i reggiseni la felicità non è a misura unica.
Quindi come difficilmente potrà andarvi bene il reggiseno di vostra madre [soprattutto se siete uomini], così la vostra ricetta di felicità potrebbe differire da quella che lei ha messo in atto per anni. Sopratutto se non ha nemmeno raggiunto i risultati sperati, ma si ostina a riproporla come la ricetta di famiglia del polpettone, che da sicurezza ma non piace a nessuno [soprattutto se siete vegetariani].
In più, come i colori Pantoni in voga cambiano ogni anno, così le nostre necessità/bisogni evolvono, perciò dobbiamo costantemente chiederci se il sentiero intrapreso sia quello giusto e se non lo è trasformarlo.
Se cambiar routine, come cambiare la ricetta di famiglia del polpettone, può spaventare, sperimentare nuovi modi di pensare, uscire dalla comfort zone, come richiede il design thinking, è il primo passo per capire quale sia la strada verso la propria felicità.

Giui is not an artist

Il design thinking è un processo creativo human-centered, che come sosteneva Herbert Simon [altra fonte autorevole che potrete citare alla mamma, quando vi guarderà sgomenta per averle detto che il polpettone da oggi lo farete coi ceci, invece che con la carne] deve basarsi sull’osservazione e la descrizione di fenomeni senza pregiudizi e preconcetti.
Quindi, outfit nero alla mano, occhialini rotondi, non pensate a cosa avete ritenuto [o a cosa gli altri abbiano ritenuto] giusto per voi finora e applicate il design thinking alle paturnie di tutti i giorni.

fonte foto http://dschool.stanford.edu/redesigningtheater/the-design-thinking-process/

fonte foto http://dschool.stanford.edu/redesigningtheater/the-design-thinking-process/

1] Empathize
Osservatevi. Da dentro e  da fuori. Fatevi domande. Anche le più scomode.
Osservate tutto ciò che avete realizzato finora, trovate il minimo comune denominatore di ogni vostra azione, il senso atavico delle scelte più felici della vostra vita.
Soprattutto, buttate la ricetta del polpettone di vostra madre.

2] Define
Definite il problema: semplice, non vi piace il polpettone.
Invece no, potrebbe non essere così semplice. Vi sono una miriade di problemi minori che possono distogliere l’attenzione da quelli principali. Bisogna scegliere il problema giusto. 
Ora, per smetterla di parlare di polpettone che mi sta facendo venire il voltastomaco: Cosa non funziona nel meccanismo che dovrebbe portare a svegliarvi ogni mattina felice di scendere dal letto? Come mai non funziona?

3] Ideate
Considerare tutte le opzioni possibili, guardando il problema da diverse prospettive. A costo di mettersi a testa in giù. Fare una lista [ma dai??] di tutte le soluzioni che vengono in mente, anche le più disparate, le più improbabili, le più grandi.

4] Prototype
A questo punto, ahimè, bisogna scegliere. Anche se, respiro di sollievo, non in modo definitivo. E' il momento di tentare una strada, guardando ancora con la coda dell'occhio le altre, cercando il più possibile di riscontrare i feedback, di clienti/amici/colleghi. Non so se presunti presagi divini, apparizioni di Santi e letture di fondi di caffè possono rientrare nella parola feedback, in ogni caso io ci faccio rientrare tutto ciò che può dare una vaga idea sul capire se la strada che si sta prendendo è totalmente sbagliata.

5] Test
Inspira, espira: buttati. Se le fasi precedenti sono state portare a termine in modo sincero e corretto la conclusione sarà molto più facile del previsto, verrà da sé e non resta che testare nel mondo reale la decisione presa, portare avanti la propria scelta, costruire la nuova libreria.

E se non dovesse funzionare?
La progettazione è un esercizio di resilienza. Progettando imparerai ad essere resiliente, almeno così è successo a me.

Nonostante abbia cercato di avvalorare con nomi illustri questa trasposizione di pensiero dal design alla vita quotidiana, l'idea è basata soprattutto su un'esperienza personale.
Recentemente ho usato questo metodo per una scelta importante: capire cosa volevo fare della mia vita post-laurea.
Ha funzionato? Beh, in caso contrario non mi sarei osata a scriverci su un post. A meno che non volessi sfruttare in qualche modo la mia laurea in Interior Design.

Non prometto miracoli a tutti indistintamente nel seguire il metodo, perché mi sentirei una di quelle indicazioni scritte dietro alle creme anticellulite, ma vi incoraggio a guardare i problemi da un'altra prospettiva, dimenticandovi di qualsiasi preconcetto.
E vi abbraccio, indistintamente, amici problematici e confusi.

Buona giornata!
Vostra, neo laureata interior designer de no' altri, Giui  :)