Di quando ho messo in scacco Kierkegaard

Soren Kierkegaard, filosofo dell'ottocento, è stato per molto tempo uno dei miei filosofi preferiti.
Va ammesso, se Soren fosse stato un po' più trasandato e coi capelli lunghi i suoi testi sarebbero potuti benissimo essere una canzone dei Nirvana.
[A prova di ciò, riporto sotto una delle mie citazioni preferite, di Soren, non dei Nirvana]

Fin dall’infanzia sono preda della forza di un’orribile malinconia, la cui profondità trova la sua vera espressione nella corrispondente capacità di nasconderla sotto apparente serenità e voglia di vivere
— Diario, Soren Kierkegaard

Kurt e Kierkegaard coglievano esattamente i rivoltamenti che il mio cuore viveva, ma che il mio pensiero non riusciva a formulare in una frase di senso compiuto, figuriamoci a trasformarli in una canzone.
L'amico danese sosteneva questo: La vita è pura possibilità tra cui l'essere umano si ritrova a dover scegliere, cosa che gli crea una certa dose di incertezza, a cui si deve il nostro senso perenne di angoscia, che se sommi a droga o alcol, ti fa fare la fine di Cobain.

Ci troviamo spesso paralizzati per le infinite possibilità.
Personalmente quest'angoscia mi ha accompagnato per anni, che fossi seduta ad un tavolo con il menù in mano o intenta a compilare le carte per l'università, per me scegliere è sempre stato sinonimo di triste privazione, di dolorosa rinuncia e soprattutto una gran rottura di scatole, che ho sempre cercato di rimandare il più lontano possibile, calandomi nel ruolo di "amante di tutto" difeso da un'ostentato vanto di indipendenza da qualsiasi cosa.

Ovviamente il pensiero di Kierkegaard si evolveva, ha pensato bene di spiegarcelo accuratamente nel prolifico lascito letterario e non credo assolutamente di averlo messo in scacco, ma il titolo evoca di quando, in una giornata qualunque, sono stata colpita da una certa riflessione, ed ho esordito con la colorata espressione "TIE' KIERKEGAARD TE L'HO FATTA, PERDINCIBACCOLINA, TI HO FREGATO DAVVERO STAVOLTA!"

Ora, a parte sperare di non incontrare mai l'amico Soren per strada, perché rischio che me la voglia giustamente far pagare, ecco la riflessione che ha cambiato l'approccio alle mie scelte, regalandomi tanta ansia in meno [che ho comunque conservato in vasetti Bormioli e messa in dispensa, si sa mai un giorno mi sentissi troppo serena]

Avevo già parlato del concetto di sacrificio, di come spesso venga frainteso, identificando questa parola con uno sforzo che ci fa soffrire, mentre in realtà sacrificio significa "rendere sacro".

Quindi, se nell'ottica originaria sacrificare è estremamente connesso ad "eleggere", scegliere qualcosa tra tutto ed elevarlo, con gioia e consapevolezza, sopra a tutto il resto, non può farci soffrire.

Nell'ambito lavorativo, che era quello che maggiormente mi interessava, scegliere ha acquisito un nuovo significato. Scegliere un determinato campo non perché non sappia fare il resto, ma perché ho deciso consapevolmente di eleggerlo su tutti.
Smettere di essere un amante, ma dedicarsi anima e corpo ad un obiettivo.
Scegliere qualcosa, tra mille altre che comunque piacciano, è una conscia dichiarazione d'amore.
E quando si tratta di dichiarazioni d'amore, dato il mio insano romanticismo, non posso che esserne felice.

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Ho liquidato poi l'ansia del ripercuotersi di queste scelte nel futuro con questo pensiero:

Le scelte non possono essere passate, nè future, ma sono scelte nel qui e nell'ora. Si sceglie nel momento, nel presente. 

Se un domani ci si accorgerà che la scelta intrapresa è diventata uno sforzo e non è più un gioioso sacrificio, si cambierà strada. Ragionare nel qui e ora semplifica e risolve molti problemi. Inoltre credo che abbia la stessa validità del teorema del "rifacimento del letto", ovvero: "che senso ha rifare il letto se poi tanto stasera lo disfo di nuovo?" se seguissimo questo assioma non rifaremmo mai il letto e così, se ci preoccupassimo troppo delle ripercussioni delle nostre scelte sul futuro non sceglieremmo mai.
[Ok, è un esempio un po' tirato per i capelli, ma è che sto, appunto, rifacendo il letto, cosa che odio.]

Ma essere temporeggiatori della propria vita non paga.
Se temporeggiando Fabio Massimo il cunctator ha salvato Roma, noi invece rischiamo di farci scivolare il tempo tra le dita.
E sapete perché?
Perché temporeggiare è una strategia di guerra, ma la vita non è una guerra, è una festa.

Vi mando un abbraccio dall'anfratto più sincero del mio cuore,
Buona giornata,

Giui 

:)