Non è brutto, è che non sai ancora come fotografarlo.

Sabato si è svolto il bellissimo corso di styling a Milano, organizzato da le ragazze di “Cotton friday” e “Il Labbo”, presso la meravigliosa location di  “Lascia la Scia”.
È stata un’esperienza bellissima, ho conosciuto persone fantastiche e come sempre è stato momento di crescita per i corsisti, ma anche per me.

Durante il workshop, parlando di sfondi, luce e props (oggetti di scena) è venuto fuori un tema annoso. Quasi in coro tutte hanno detto “ ma dove fotografo che casa mia è bruttissima?!”...chi ha un brutto parquet, chi il tavolo, chi il colore delle pareti, chi tutto questo insieme.
Sembra che nessuno abbia mai in casa l’angolo perfetto dove fotografare.
Beh certo, le nostre case non sono studi fotografici...e meglio così!
Altrimenti vivremmo una vita da copertina e personalmente preferisco di gran lunga la vita reale.
Questo non vuol dire che viviamo “nel brutto”, vuol dire che non abbiamo ancora trovato il modo per fotografarlo.

Imparare a guardare con occhi diversi ciò che ci circonda è la chiave per trovare la nostra autenticità.

Questo argomento torna così spesso nei corsi di styling, che ho deciso di scriverci un post, perché credo che possa essere d'aiuto a tanti.
Antonella, una corsista di sabato, ha detto che, guardando le mie foto le è venuta voglia di creare un momento di serenità come quello che le passavano le immagini e per esempio ha iniziato a guardare con occhi diversi un mobile che già aveva, ma su cui non si era mai soffermata.
Ecco, a parte che Antonella ha dato senso con queste poche parola al mio ultimo anno di lavoro e mi ha fatto il complimento più bello di tutti, è esattamente questo quello che intendo.
Fotografare è guardare con occhi nuovi, persone, oggetti e luoghi.
Fotografare è non esiste qualcosa di brutto, ma esiste un modo per rappresentarne la poesia assopita.
Certo, le cose sono leggermente diverse se dobbiamo raccontare di noi stessi oppure raccontare un prodotto, un brand nostro.

giui is not an artist

Raccontare se stessi VS raccontare un prodotto

Raccontare se stessi
Raccontare se stessi è una scelta, che si snoda in modalità differenti, in base a ciò che riteniamo "giusto", "etico" e "buono". Essendo questi valori alquanto soggettivi, diventa parecchio soggettivo il modo in cui si sceglie di raccontarsi.
Per esempio, personalmente potrei benissimo raccontarmi con scatti così.

scatto della bravissima, ma dalla vita completamente diversa dalla mia, Julie Thai, per Daniel Wellington, l'orologio più instagrammato di instagram.

scatto della bravissima, ma dalla vita completamente diversa dalla mia, Julie Thai, per Daniel Wellington, l'orologio più instagrammato di instagram.

Ne ho le capacità tecniche e basterebbe lo sfondo giusto, qualche luce apposita e props scelti da una fornitissima scatola organizzata per far foto. Può essere una scelta, ma so bene che è una scelta che non fa per me. Farlo mi farebbe sentire inautentica, venire gli incubi di notte e sarebbe di intralcio nella mia vita, inoltre, non favorirebbe certo la mia missione che è "fai dell'ordinario una poesia". Soffermarci su ciò che già di bello ci circonda, secondo me è un gesto che rende la fotografia terapeutica ed innesta anche un esercizio pro-attivo:
Cosa proprio non mi piace fotografare della mia vita? Della mia casa, dei miei vestiti, dei luoghi che frequento? Perché non mi piace fotografarlo? Perché non provo a modificarlo nella realtà, fino a che non mi piace sia viverci che fotografarlo?
Ciò che ho detto alle corsiste di sabato e voglio riproporre qui:
Provate a vedere il luogo, le persone e le cose che vi circondano con occhi diversi.
Il brutto mobile della nonna, può diventare un tesoro, il parquet antiquato una texture interessante ed unica, la parete dal colore troppo forte uno sfondo alternativo.
Tutto quello che invece proprio non ci piace è perché probabilmente non ci rappresenta e potrebbe essere giunto il momento di eliminarlo per fare spazio a qualcosa che sa davvero di noi.
Ci siamo fatte qualche risata, sull'idea di poter andare a casa di ognuna e scovare angoli magici, che fino ad ora sono stati sottovalutati dai proprietari!

Raccontare un prodotto
Nel caso in cui, invece, ci si occupi di raccontare un prodotto o un brand le cose cambiano [o forse no?].
Per esempio, Giulia, un'altra corsista, fa la social media manager e quindi per lavoro non dovrà raccontare se stessa, ma altre storie, quelle dei prodotti e dei brand di cui si occupa. Non potrà quindi certo fotografarseli in casa, sul mobile della nonna. A meno che il mobile della nonna non rappresenti esattamente i valori del brand che deve raccontare.
Esempio: uno degli ultimi brand per cui ho lavorato, è "La Babette", un'impresa, perché sì, la parola impresa se la merita tutta, di due amiche di sempre, che sognavano questo progetto da tantissimo. Due amiche si, ma oggi due imprenditrici, con vite diverse, ma dai valori comuni ed un unico brand. Non parlare di loro sarebbe stato un delitto, perché la loro storia è davvero bella, ma il soggetto del racconto sono le loro ballerine, perciò per gli scatti abbiamo individuato oggetti di scena, situazioni, luoghi, che fossero "simboli" per esprimere i valori condivisi alla base di "La Babette" [e non Serena e Viviana]. In questo caso, una scelta strutturata di sfondi e props è fondamentale.

Nel caso in cui la realtà da raccontare sia una, ma soprattutto sia aderente a voi stessi, mi riferisco soprattutto alle crafter e piccoli, piccolissimi, brand, forse esiste anche un'altra via. Non vi è una strada giusta o sbagliata, ma è una scelta.
Penso per esempio, al caso di Lucia, Euflorìa, di cui ho avuto l'onore di scattare foto dei prodotti e del brand in generale, per il nuovo sito che uscirà a breve [fino ad allora gli scatti sono top secreti, qui uno anteprima e qualcuno sulla pagina IG di Lucia!]

Lucia ha disegnato un personal branding, i cui valori sono esattamente i suoi. Il giorno degli scatti non abbiamo utilizzato nessun altro oggetto, se non quelli che lei utilizza normalmente. Non abbiamo aggiunto nulla, ma semplicemente sottolineato la bellezza di ciò che già c'era. Gli oggetti sono gli strumenti e le cose di cui lei normalmente come persona è circondata. Esistono un infinità di modi per fotografare un pezzo di stoffa, la qualità della foto molto spesso non dipende dal tipo di stoffa, ma da come, prima del nostro occhio, il nostro cuore, lo guarda.

Concludo con: non esiste il modo "giusto" di fare le cose, ma esiste il modo che si applica meglio al nostro animo, alla nostra vita.

Spero che queste parole possano essere state utili per qualcuno.
Ringrazio ancora infinitamente le corsiste di sabato perché è stata un'esperienza bellissima e per colpa loro al ritorno ero particolarmente triste all'idea di non fare più workshop il prossimo anno [eh si, non ci saranno più workshop di styling l'anno prossimo, il perché l'ho spiegato qui, mentre se non vuoi perdere l'opportunità di partecipare all'ultimo che terrò, puoi iscriverti qui!].

Vi auguro di trovare il modo più affine a voi per raccontarvi,
un abbraccio forte e sincero.

Giui