​Acrobazie, terremoti emotivi e voli da tacchino

Si dice che ogni tanto è bene uscire dalla propria zona di sicurezza. Ma sono mesi che io vivo oltre la mia linea gialla. La linea gialla varia da persona a persona e la mia non è certo così audace, dato che qualsiasi attività che mi richieda di tenere i piedi per terra per più di mezzo secondo, che sia dal compilare fatture all’andare in posta mi costa un impegno ed energia immane, mentre mi basta un alito per partire verso le tangenti di massimi sistemi, cosmi di progetti impossibili e ostinate ricerche di serenità. 

Non sopravviverei mai alla selezione naturale, ma avrei sicuramente più chance di successo in una selezione surrealista, basata sull’assurdo. Eppure questo è un momento in cui mi si richiede di essere più qui che là, là è l’interstizio che si crea tra i miei incensi e miei occhi chiusi in meditazione, tra i miei libri ed i miei tentativi di psicomagia, qui è prendermi cura di chi ne ha bisogno, affrontare decisioni importanti, fare conti, rispettare scadenze e rovinarsi le mani a furia di grattare superfici sporche. Lí è il tempo e lo spazio solo per me. Qui è il tempo e lo spazio per tutto il resto e per tutti gli altri. Lí è ciò che da sempre, sempre, mi definisce.

Se mi chiedessero chi sono non risponderei né Giui, né Giulia, né nessun altro nome, perché ciò che mi definisce realmente è quella nebulosa di intense tergiversazioni sui simboli che collegano “ciò che si vede” e “ciò che non si vede”. Potete chiamarlo Rio Abajo Rio, o in qualsiasi altro modo, ma capirete a cosa mi riferisco solo se almeno una volta nella vita avete avuto fede in un inconscio collettivo di energia primordiale. Se mi si toglie la possibilità di vivere più di lì che di qui, inizio a dimenticare il mio nome [ed un’altra infinità di cose, dal portafogli alla testa].

La meraviglia di questo mondo è davvero quella che siamo tutti differenti.

C’è chi è un ottimo sommozzatore del Rio Abajo Rio, ma non sa accennare due passi di danza nella realtà e chi è un ballerino che fa piroette di concretezza, ma ha paura di andare sott’acqua.

In questo momento, appurato che non sarò mai in grado di eseguire una “morte del cigno”, ma neanche una semplice “Macarena”, mi si chiede almeno di fare l’acrobata, camminando in linea retta ed equilibrio tra due mondi opposti.

La sola rete di salvataggio è il mio lavoro, perché inspiegabilmente è rimasta l’unica cosa in cui riesco ad essere estremamente connessa.

Quando fotografo sono libera e non esistono due realtà, ma una sola in cui mi sento a casa.

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Ammetto che nell’affrontare questo momento di crisi sono partita male, inciampando costantemente nella mia intransigenza.

Non so ancora la tabellina del 8, ma da qualche anno, tanti quanti da non ricordarsi più come era prima, sono estremamente “connessa”.

E non parlo di WI-FI, dato che dove abito, va pure malissimo. Parlo di sentire chiarezza dentro di sé e far sì che come appariamo sia la radiografia perfetta di ciò che siamo/sentiamo, di avere un filo dentro di sé che collega ogni parola all’atto e pensiero all’emozione.

Ecco che confermo, non capiamo l’importanza di ciò che abbiamo, se non quando lo perdiamo.

Dato che questa connessione l’ho conquistata “facilmente” [o precocemente secondo la mia Master Reiki], ammetto che non mi sembrava nulla di speciale, ma il minimo sindacale.

Ora pensate alla cosa che vi viene meglio. Pensate di svegliarvi un mattino e di non essere più in grado di farla. Magari siete ottime pasticcere. Ed ora bruciate i biscotti, sbagliate l’impasto della vostra torta preferita e vi si afflosciano le meringhe. Ripetutamente. Ancora. Vi dite [e vi dicono] che è perché mentre cucinate continua a suonare il telefono, bussano alla porta, dovete correre in aiuto di qualcuno che vi chiama, fare la lavatrice e vi stanno smontando e rimontando la cucina.

Ma di tutto questo a voi non importa.

Voi volete solo sfornare meravigliose meringhe come nulla fosse, perché non riuscire a farlo, anche se in queste condizioni, mette in dubbio il fatto di essere brave pasticcere. Essere brave pasticcere è l’unica certezza che avete. Se non lo siete più, cosa rimane di voi?

Penso di aver raggiunto i massimi livelli di INTRANSIGENZA nei confronti di me stessa. Penso di essermi punita in modi a dir poco creativi sperando di poter uscire dall’impasse. Penso di aver ricorso a tutta la mia conoscenza di riti, pozioni magiche e mantra. Inutilmente. Finché sempre più stanca, sempre più infastidita da me stessa, ho detto basta. Sono uscita dall’apnea ed ho accettato il ruolo da acrobata che è l’unico che posso mantenere in questo momento. Certi giorni non è facile, ho le vertigini costanti, altri sono così tanto presa dalle faccende materiali che quasi non me ne accorgo. No, non è vero. Posso essere impegnata nelle faccende più umane, preoccupata dalle preoccupazioni più terrene,  ma in sottofondo provo sempre la nostalgia per il mio mondo sottomarino, fatto di serenità ed estrema connessione.

Forse è un bene perché sarà questa nostalgia che, una volta che le acque si saranno calmate, mi farà ridiscendere. O forse le acque non si calmeranno mai, perché compiere trent’anni è diventare grandi, prendersi cura di chi non può farlo per sé ed affrontare le urgenze del presente ed a me non resterà che perfezionare le mie acrobazie, tra qui e là.

Cosa ho imparato? Che noi non siamo. Noi “diveniamo”. La risposta a “chi sei?” può aver senso solo nel qui e nell’ora ed è mutevole come le previsioni di questa primavera.

Siamo esseri in costante trasformazione. Da una parte, quella che mi piace, per evoluzione personale, dall’altra, quella che faccio fatica ad affrontare, per le circostanze del presente.

Perché si, mi duole sempre infinitamente ammetterlo, vi sono cose su cui non abbiamo potere e che interferiscono con i nostri programmi [un giorno oltre ad ammetterlo riuscirò ad accettarlo, ci stiamo lavorando].

Quindi, non chiedetemi più chi sono, al massimo, cosa faccio, perché quello lo so. Faccio la fotografa e mi piace tantissimo. È la mia rete di salvataggio, la sola cosa che non crolla nei miei terremoti emotivi e poi, momentaneamente sono impegnata in goffi voli da tacchino per imparare a divenire acrobata.

E voi cosa fate?

No non vi chiederò chi siete, ma al massimo, cosa siete impegnati a diventare.

Un abbraccio. Grande.

Giui