Mordere Londra per 56 ore

Mordere Londra per 56 ore e 'fuggire'.
 
Più una visita da flaneur cittadino, che da mirato turista.
Un bighellonare per quartieri mai visti prima, di una delle città più grandi e caotiche del mondo.
Bighellonare è un'arma a doppio taglio, poiché cominci a pensare oltremisura e tutto ti sembra allegoria di altro.  In sole 56 ore puoi riprendere in mano i tuoi sogni accantonati, le tue decisioni definitive e le tue paure nascoste, mischiarle insieme, cuocerle a fuoco lento e ricavarne un bello sformato di emozioni dense.
 
Forse perché il mio rapporto con Londra è simile a quello di Baudelaire per Parigi. 
Un costante dualismo tra spleen e ideale.
Qualcosa che non sento mio e che per natura non sentirò mai, ma da cui sono profondamente attratta.
Londra per me è una folla spietata che fa della tua singolarità un numero insignificante, ma è movimento e una sensazione futuristica di immensa potenzialità.
Londra poi è anche adorabili mattoncini e luce surrealmente soffusa.
 
 
Dopo 56 ore di pensamenti e 24 di ripensamenti sono giunta alla conclusione che è solo questa la Londra in cui potrei vivere,
raccogliendomi tra la calce delle giunture dei mattoncini cercando di farmi il più piccola possibile e di tappare la malinconia. E potrei farlo solo avendo con me 'la mia casa', ovvero gli affetti che col tempo ho cominciato ad associare a questa parola.
Perché casa, per me, non è qualcosa di pragmatico, ma più una condizione psicologica.
 
Sicuramente qualcuno ha instillato in me la passione per il viaggio, ma viaggiare significa "andare per tornare" e non "andare per sostare".
 
“Non a tutti è dato di prendere un bagno di moltitudine: godere della folla è un’arte; e può concedersi un’orgia di vitalità a spese del genere umano soltanto quello a cui una fata abbia insufflato fin dalla culla il gusto del travestimento e della maschera, l’odio del domicilio e la passione del viaggio." [Baudelaire, Lo spleen di Parigi ]
 

 

 
L'ennesima sconfitta per G.?
Ora, che, per l'ennesima volta, hai constatato che le grandi città ti attraggono, ma ti fanno paura, che senti di essere dipendente dalla "familiarità", cosa fari?
Abbandonerai i sogni di nome "Goldsmiths" o "Saint Martin's" e di far conoscere le tue sbrindellate teorie artistiche al mondo?
E poi cosa vuoi concludere se non sei così pronta a metterti in gioco?
 
Veramente...credo di essere assolutamente pronta a mettermi in gioco, ma sempre rispettando me stessa, accettando i miei limiti, [ma sono davvero limiti? o è semplice attitudine?].
Per il resto? non ne ho idea. Probabilmente, rimarrò sempre sospesa tra questo dualismo, con cui giocherò, forse, per il resto della mia vita...ed ogni volta che visiterò Londra penserò "come sarebbe bello vivere qui, quante cose vedresti e faresti G. c'è un mondo da scoprire! Quanto ti stai perdendo!"
E poi, una volta a casa, tra le braccia di chi amo "Non c'è posto in cui si sta meglio che qui, il mondo non sa cosa si perde, perché nessuna metropolitana è calda come un abbraccio, nessuna opportunità sfavillante è pari all'opportunità di provare una sensazione così."