Fare i camerieri ai tempi dei contratti a chiamata

ATTENZIONE QUESTO POST CONTIENE UN ALTISSIMO LIVELLO DI LAMENTELE INCONCLUDENTI E LOGORROICHE!!!

Dopo che in questo ponte di tre giorni ho lavorato 37 ore [e si, scrivere 37 è già un fomento alla mia aria polemica] credo di poter ri-scrivere “Voyage au bout de la nuit” e fare una cover di “Fare i camerieri [in un agriturismo in Val trebbia]”. Ma credo che, il 90% della gente, a cui in questi tre giorni ho servito stinchi di maiale, non abbia mai letto Céline e se gli dicessi “luci della centrale elettrica”, si chiederebbe solo se hanno pagato l’ultima bolletta.

Perché è noto: il classico avventore medio dell’Agriturismo del colle piacentino proviene dall’hinterland milanese, venera Vasco [Rossi, non Brondi] come suo più grande poeta, indossa le hogan (molte delle volte tarocche) e il sabato e la domenica quando espatria dal grigio dei palazzi della sua terra natia, non lo fa per evitare lo smog, la nebbia [che si, a Novembre c’è pure qui!], la gente [dato che mangia "spiccicato" insieme ad altre 300 persone] o il traffico [perché, per arrivare a destinazione, si fa fino a due ore di macchina in coda in autostrada insieme ad altri CAMA (classici avventori medi di agriturismo )], ma se lo fa è perché:

“HA DA MAGNA’!”.

E tutto il resto è noia.

Tu gli devi portare cibo finché lui non si sente che sta per vomitare, cosa che spesso capita, tra l’altro. Ovviamente, in questa che sembra un elogio del luogo comune non facciamo, appunto, di tutta l’erba un fascio. Esistono meravigliosi casi di gente educata e gentile, quelli che ti viene il sospetto te li abbia mandati qualcuno da lassù, per non farti sclerale del tutto anche oggi e far si che tu possa sopportare almeno un altro mese .

Ma in questi tre giorni, il 99% dei clienti con cui ho avuto a che fare nell’agriturismo a dieci minuti da casa mia, in cui lavoro da una decina di anni apparteneva alla categoria CAMA.

Ora mi capisci, Ferdinand?

Come si affronta una situazione così? beh, per esperienza: con ironia!

ironia che alla domenica sera si trasforma in sarcasmo e tu ti ritrovi esausta, con le gambe e la schiena dolorante a soli 25 anni a sentirti una persona decisamente non migliore di venerdì, cosicché a chi ti dice:

“il lavoro nobilita l’uomo”

gli urleresti con euforia unnica:

“c’aveva ragione Marx!”

distruggendogli il tuo contratto a chiamata davanti agli occhi.

Al che, una platea di giovani trai 18 e i 35 anni, alquanto offesa e scandalizzata, si alzerebbe gridandoti:

“Tu almeno un lavoro ce l’hai! Hai il coraggio di lamentarti!? Chissenefrega se c’hai una laurea! molti di noi ce l’hanno e farebbero lo stesso i camerieri per tirare a campare! Ah, guardatela, voleva fare l’artista lei! non te l’hanno detto che l’arte è un hobby, non un mestiere?!?”

Ed io, un po’ più mesta e con un lieve senso di colpa sulle spalle, risponderei sottovoce:

“No vabbè, ma mica pretendevo chissà cosa con una laurea in architettura, eh…però non so, pensavo, che magari qui si sta un po’ esagerando…va bene lavorare, ma preferirei modi, tempi e situazioni migliori...cioè, era solo per dire eh…è che forse sono un po’ stanca”

Al che, una platea di meno giovani tra i 40 e i 99 anni si alza ammonendoti:

“Ma di cosa ti lamenti!? E’ che i giovani d’oggi non sanno cos’è il sacrificio! Quando eravamo giovani noi cominciavamo a lavorare a 14 anni, a spezzarci la schiena in fabbrica, sui tetti e nei campi, quello si che era lavorare!”

Perché, comunque, i padri hanno inspiegabilmente lavorato più dei loro figli e i nonni hanno lavorato più dei padri. E anche se lavori come tuo padre, comunque lui lavora più di te. E’ un dato di fatto assodato, come il gorgonzola con la polenta.

Al che, quasi non so cosa rispondere, ma ancora oso dire:

“No beh, si beh, è vero è che alla fine tutto si sopporta…il sacrificio è indispensabile già, ma è che, in questo momento, non me lo immagino proprio dove troverò la forza domattina per scendere dal letto alle 6 e svegliarmi per andare in università…cioè cadrò nella banalità eh, ma ora desidererei proprio uno di quei papi che ti mantiene fino a 30anni, ti fa studiare nelle università più fighe della terra, ti paga l’affitto, la benza e l’assicurazione della macchina che ti ha regalato. Ti fa persino il regalo del compleanno e di Natale."

E qui una folla inferocita di gente dai valori di ferro, quelli i cui genitori li han cresciuti a pane e stacanovismo [quelli tra cui solitamente milito anche io] si alza urlante:

Ma vuoi mettere l'INDIPENDENZA? Il CONQUISTARSI le cose contro il trovarsi la pappa pronta? La tua macchina usata vale molto di più che il new beatle del figlio di papà! La tua laurea che hai preso lavorando sarà più guadagnata! Sei più matura! Ogni cosa che ottieni è frutto dei tuoi sacrifici e stai acquisendo la forza per non farti fermare da nessuna difficoltà!”

Bene, ora che davvero ho finito tutte le mie risorse, non so proprio più cosa rispondere. Leggo Montale, serve sempre nei momenti di sconforto, penso a Bukowski e al fatto che anche lui ha fatto milioni di lavori assurdi ma in realtà era uno scrittore formidabile. In realtà sarà la stanchezza, ma mi balena una idea: la vita è un po’ una botta di culo. Puoi nascere che sei nella famiglia giusta, al momento giusto, oppure no. In ogni caso, poteva andarmi peggio, potevo nascere CAMA. E forse conquistarsi la vita serve, forse no, ma sta di fatto che se ti tocca conquistartele, non ci puoi fare niente, non è colpa di nessuno, stringi i denti e tiri avanti. Di rado puoi permetterti una mezz'ora a lamentarti, ma non esagerare, che poi diventi polemica e ti avveleni il cuore per nulla. Puoi consolarti leggendo, ascoltando o scrivendo, che in fondo, la tua, non è che una piccola storia insignificante come tante.

Ah e...Celine? io credo non lo si dovrebbe leggere prima dei 30 anni, sarebbe l’unico lusso che dovremmo permetterci.

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