L’APERITIVO DEL VENERDI’ CON IL SIGNOR PIERO FORNASETTI [DI SURREALISMO E TATUAGGI]

Arrivo in ritardo, come sempre, all'appuntamento con il Signor Piero, lo trovo già intento a sorseggiare il suo drink. Una sostanza colorata, in un bicchiere alto e raffinato, su cui lo trovo intento a disegnare con un pennarello. Seguono gli immancabili convenevoli, in  sequenza: presentazioni, il tempo, la crisi politica italiana, la crisi del lavoro, la crisi culturale, qui, forse, finalmente si rompe qualcosa e il Signor Piero esordisce con:
PIERO FORNASETTI: Io nel 2014, per esempio, farei il tatuatore. Dopo aver decorato ogni forma, ogni oggetto, colto e traslato l’essenza delle cose su qualsiasi soggetto inanimato...mi spingerei oltre: adornerei corpi. Per vedere se riesco a restituirgli anima. I corpi di oggi, quelli che mi paiono un po’ spenti e dimentichi di avere nascosta un’essenza ben precisa, li ritrarrei riportando l’anima sottopelle in superficie.
GIUI: Quindi, non un ritratto dal vero, ma un'interpretazione?
P.F.: Io Non faccio i ritratti dal vero, li estraggo dalla memoria. Magari faccio degli schizzi ma poi produco tutto a memoria altrimenti che ritratti sono! Sarebbero una copia. Io mangio mele perché mi piacciono, poi faccio disegni di mele: l’essenza della mela.
G: se dovesse ritrarre me allora, cosa mi disegnerebbe?P.F.: Partirei con un veliero che vola nel cielo alzato da una mongolfiera e poi continuerei, con altre cose pesanti che trasportate da altre leggere che lievitano nell'aria. G: macché, mi spia lei?!!...Personalmente adoro questo stile delle sue decorazioni. Le decorazioni sono quella cose che il Design di oggi si è dimenticato, mi pare... lei cosa ne pensa, appunto, del Design, questo tema di cui si parla costantemente? P.F.: Il design è quella cosa che gli italiani fanno naturalmente. Spontaneamente. E’ la misura, l’armonia, l’equilibrio. Non lo strafare, non l’esagerare. Essere corretti, essere rigorosi. Il design dovrebbe essere la produzione di oggetti di alta qualità a basso prezzo. La situazione si è invertita, è diventato sì il buon disegno, il più delle volte, ma ad alto prezzo. Per un élite. Allora è sbagliato.  G: Cosa consiglia quindi a noi giovani designer di oggi, dai 23 ai 30 anni, che usciamo in massa da scuole che, quando abbiamo cominciato, ci promettevano un futuro luminoso nell’industria creativa ed ora il futuro sembra più a risparmio energetico? Qual è la formazione migliore per chi vuole imparare, tra le miliardi di scuole che trattano l'argomento e si sentono, ognuna, la migliore nel campo? P.F.: A chi mi chiede numi per apprendere il design, questo strano mito dei nostri tempi, rispondo: “Andate a scuola di nudo”, questa è la scuola cui apprendere il design. Il saper disegnare, come gli antichi, permette di organizzare, di progettare una cosa o un oggetto, una vettura o il frontespizio o la pagina di un libro G: Personalmente io ho qualche problema con le scuole d’arte…le vedo vecchie, antiquate, arroccate a principi consunti e poco autentici, poco curanti di ciò che realmente andrebbe insegnato, ma più interessate alle rette che possono pagare gli studenti. Lei ha frequentato una scuola di arte? P.F.: Sono stato espulso dalla scuola. Da Brera. Non mi insegnavano quello che volevo imparare. Non insegnavano il disegno dal vero, disegnare il nudo.  Farsi le ossa è quello che ho sempre sostenuto: il laboratorio. Cioè lavorare in cantiere. Capire i problemi nel fare una casa è la più bella delle scuole, perché si imparano tutti i mestieri, dal carpentiere al muratore, dal marmista all’elettricista, al falegname. G: direi che il senso di ribellione è qualcosa che abbiamo in comune e poi, oltre all’amore per le mongolfiere, nel suo surrealismo, Sa, io mi trovo a casa. P.F.: surrealismo però non so se è la parola giusta, io combatto le etichette e le firme, non credo nelle epoche e né nelle date, Non pongo limiti e niente è troppo esoterico per essere usato come ispirazione. Io voglio liberare la mia ispirazione dai confini del solito. Ma sono un razionalista. Contro la Scapigliatura. G: In effetti, nella realtà dei tag, la poliedricità viene meno...Cosa mi dice invece del processo creativo, Come funziona per lei la creatività? P.F.: Sento il bisogno di fare delle cose, le faccio. Cerco di farle nel miglior modo possibile. Cosa mi ispira a fare più di 500 variazioni sul viso di una donna? Non lo so. Ho cominciato a farle, non mi fermo mai. Variazioni su un viso di donna.  G: Creatività è dunque fare. Lasciarsi andare e continuare a fare. In qualsiasi momento e per tutto il tempo... P.F. :Il nostro mestiere è senza limite, a tempo pieno. Non c’è orario. Giorno, e anche notte. I miei sogni li traduco in realtà, qualunque cosa faccia. Ho riposto in ogni opera un messaggio, un piccolo racconto, certe volte ironico, senza parole evidentemente, ma udibile da chi crede nella poesia.
G: E' stato un piacere, Signor Piero. Quando mi sentirò sopraffatta dalla realtà, crederò penserò al suo veliero, trasportato dalla mongolfiera e cercherò di far diventare così leggeri anche i miei pensieri. Ed è così che il Signor Piero finisce il suo drink, mi porge il bicchiere decorato e si allontana, lasciandosi trasportare da uno sciame di farfalle colorate che passano di qui.
 
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La conversazione qui riportata è assolutamente immaginaria e rispecchia le mie opinioni e comprensioni circa il mio personale studio sulla figura di Piero Fornasetti. Le frasi sottolineate sono citazioni prese direttamente dalla mostra “100 anni di follia pratica”, svoltasi presso la Triennale, Milano.

Giui