James M. Cain_La Falena

Sono irrimediabilmente attratta da tutte le passioni profonde. A prescindere dal tipo, quando una persona sviluppa una passione viscerale, mi piace godere della sua compagnia. Che sia cucinare, dipingere, progettare, scrivere, leggere, tutto ciò che è portato avanti con intensità mi attira. Perciò, sono molto contenta di partecipare al Bookeater club organizzato da Camilla di Zelda Was a Writer all’Open a Milano, stasera dalle 19! In questa terza puntata parleremo del libro La Falena di James M. Cain l'appuntamento del mese di Aprile.

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Un romanzo che mi è piaciuto e in cui trovato interessanti collegamenti e contrasti con il precedente libro di Marzo, “Tutto quel che è la vita” di J. Salter.

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C’è tanto altro che vorrei dire, vorrei parlare di come, quando ho letto della falena caudata e della sensazione di estasi provocata da questa nel protagonista, mi sia immediatamente ricollegata ad alcuni momenti della mia infanzia.  O potrei dire di come, mentre mi addentravo nella vita del personaggio, nelle orecchie mi sia cominciata a risuonare la parola autenticità nel senso Heideggeriano del termine.

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La Falena è infatti un libro che parla delle corrispondenze, che confondiamo per coincidenze, ma soprattutto, di identità spasmodicamente cercata, in un viaggio che dura una giovinezza, la quale comporta una discesa e una risalita trai più vili sentimenti umani, giù, fino in fondo alla notte [che, per quanto cruda, decisamente meno scura di quella di Cèline], in uno scenario storico, che ha qualcosa di contemporaneo.

Immagine Ma di tutto questo e molto altro ancora ne parleremo stasera al Bookeater club! Buona Giornata a tutti! ps: i cahiers du bonheur  li trovate qui!

“La prima cosa di cui ho ricordo è una grossa falena caudata. L’avvistai in Druid Hill Park, proprio all’inizio della strada dove sorge la nostra casa, a Baltimora, sulla terrazza di Mont Royal. Nelle giornate nuvolose fa piuttosto buio, e lucciole, pipistrelli e rondini spuntano fuori in un intrico di segnali. Un giorno in cui il cielo aveva il colore dell’ardesia bagnata, mi trovavo lì con Jane, la bambinaia nera, e quella cosa cominciò a svolazzare intorno. La seguii per un po’, da un muro a una siepe, a un cespuglio, e infine corsi in cerca di Jane, perché potesse vederla anche lei. Al ritorno, trovai lì un ragazzo che avrà avuto dieci o dodici anni, ma che allora mi sembrò più grande di quanto, tempo dopo, doveva sembrarmi un centromediano di Yale. Brandiva un bastone col quale tentava di abbattere la falena. Mai in vita mia, in sogno, su un campo di battaglia o altrove, provai una sensazione di orrore paragonabile a quella. Strillai da far saltare i timpani. Quando Jane intervenne, disse al ragazzo di smetterla, ma quello continuò a picchiare. Lei gli strappò il bastone dalle mani. Lui le sferrò dei calci e lei glieli restituì sugli stinchi. Poi lui sputò, ma io non guardavo nemmeno. Non avevo occhi che per quella splendida cosa verde, tutta palpitante di luce, che si allontanava svolazzando tra gli alberi, libera e viva. Era una sensazione che immagino gli altri provino pensando a Dio, in chiesa. Sembrerà forse assurdo dire che a volte, nel corso della mia vita, quando qualcosa accadeva dentro di me, fui in grado di spiegarne il significato con la pallida, verdeazzurra tinta luminosa che la sensazione sprigionava. Assurdo, ma è così."